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a cura di Nicola Nunziati
Francesco De Grandi, pittore Palermitano, classe 1968, dopo gli studi presso l'Accademia di Belle Arti della sua città, nel 1994 si trasferisce a Milano, successivamente a Shanghai, mentre nel 2008 decide di tornare a Palermo, dove, dal 2016 insegna Pittura all’Accademia di Belle Arti, con Alessandro Bazan, Andrea Di Marco e Fulvio Di Piazza. E’ un esponente della Nuova scuola palermitana emersa tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila.
La pittura di De Grandi trova ispirazione in molte e mutevoli forme, pur rimanendo fedele al suo "stile". Cambia la narrazione, spaziando e approfondendo tematiche religiose, metafisiche e oniriche, la pittura come percorso di conoscenza che trascende una forma del dipingere quasi meditativa.
I soggetti sono quelli immersi in paesaggi naturali, delineati da colori accesi, impressi nella tela e nella sua sostanza e evidenziano un continuo dialogo con la tradizione, capace di proiettarsi in una rivisitazione iconografica attualissima e alquanto contemporanea, degna della sua mano e del suo tempo, dove tutto si mescola e a volte si ribalta: quasi come un racconto mitologico che rappresenta la cronaca attuale.
Artista scelto per dipingere il Cencio del 16 Agosto 2025, De Grandi ci presenta un Drappellone che appare subito suddiviso in tre parti, esattamente com i Tre Terzi della Città; una suddivisione anche metaforica, il sacro si figura nella parte alta, il profano con le Contrade nella parte in basso, il centro l'onirico, la magia, l'avvento di una carriera ancora da correre ma da molti gia' sognata, il miraggio, appunto di vedere il proprio barbero primo al bandierino e il nerbo alzato del proprio fantino.
I Cavalieri, monocromatici, si distinguono per un colore assai conosciuto, quello del tufo, un tutt'uno con l'anello di Piazza, eroi di questa magica Giostra, quest'ultimi con volto "non umano", piu' simile a quello divino del mondo agreste e incontaminato della vita all'aperto e della liberta' anche sfrenata, della cultura estiva e della fecondita', paiono danzare risultando di grande leggerezza nella loro lettura interpretativa.
Fedele alla pittura di De Grandi, i fantini mutano in Pan, pronti a giocare un intreccio che vale molto di più per i contradaioli, inermi di fronte agli eventi, alla casualità e alla fortuna.
Sotto di loro le contrade, dipinte nella loro classicita' e il loro bestiario. L’artista non ha voluto stravolgere o dare un suo contributo, bensì mantenere inalterato cio' che di piu' puro esiste, un grande omaggio alle donne, alle sarte che incorniciano gli stemmi con grande maestria, una bellissima cornice dorata.
I contradaioli, fulcro dei rioni, contribuiscono a mantenere inalterato il culto secolare, lavoratori instancabili durante il lungo inverno, quando le chiarine non risuonano, bandiere e tamburini non echeggiano nelle vie, mettono passione e impegno permettendoci oggi e domani di assistere ad uno degli eventi piu' belli al mondo.
In alto, ovviamente la Madonna, i colori, quelli della iconografia, vestono una fanciulla attualissima, figlia della sua citta', uno sguardo socchiuso, forse anch'ella assorta nel sogno, a immaginare l'esito finale, sfuggito anche della sue mani intente con grande delicatezza a tenere la veste azzurra e mostrarsi al popolo che la invoca e la prega, dietro, un'aura gialla, simile ad un esplosione galattica, difatti alle sue spalle un cielo notturno, un cielo estivo, costellazioni che richiamano la parte sottostante, in un ciclo infinito, panorama dell'orizzonte con la Torre del Mangia.
Un Cencio che sicuramente necessita di piu' visioni per catturarne tutte le sfumature, in senso tecnico ed evocativo, indubbiamente un'opera molto pensata e studiata in tutte le sue sfaccettature, un drappellone che fara' anche discutere per alcune scelte molto coraggiose, dettate dall'estro di una contemporaneità e di una cultura "diversa", meglio dire extramoenia.