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“I soggetti vengono inseriti in scene costruite per restituire una visione metaforica, attraverso una metamorfosi surreale
I soggetti vengono inseriti in scene costruite per restituire una visione metaforica, attraverso una metamorfosi surreale che porta lo spettatore a confrontarsi con i confini tra reale e metafisico, Axente scompone e ricompone sulla tela visioni distorte ma realizzate con grande maestria. I volti umani, le figure mitologiche e le forme animali si intersecano, mentre una pittura apparentemente lontana, quasi classica, si trasforma continuamente sulla tela, frammentandosi e ricomponendosi in una dimensione sospesa.
È una pittura che vive nel dialogo tra passato e presente. Oggetti, costumi, atmosfere e richiami alla tradizione vengono recuperati dalla memoria e restituiti sotto una nuova forma, attraverso un linguaggio personale nel quale convivono suggestioni antiche e contemporanee, una ricerca che Teodora Axente ha già portato a Siena con Metamorfosi del Sacro, confrontandosi con la storia della città, con il suo patrimonio artistico e con quella dimensione nella quale il sacro, la narrazione e la rappresentazione dell’uomo assumono un ruolo centrale.
Oggi, però, quel dialogo cambia scenario. La memoria incontra il Palio, la pittura incontra la storia di Siena e la Battaglia di Camollia diventa il soggetto attraverso il quale l’artista è chiamata a confrontarsi con una tradizione ancora viva.
Ecco Il Palio!!
L'opera si presenta come uno squarcio, un Palio diviso verticalmente: nell'alto l'azzurro, il sacro, il celeste; in basso il terreno, il colore caldo della Piazza, il profano, la Madonna, possente, domina la scena, una giovane donna guarda lo spettatore. La figura è avvolta in una veste blu, le medesime stoffe che appartengono alla città e alle sue tradizioni.
La Vergine, con le mani unite in preghiera, richiama la sacralità, contrapposta alla sua stessa mutazione, con il suo "corpo" protegge la Rosa d'Oro, prezioso dono offerto da Papa Pio II alla città di Siena: ancora una volta un richiamo al passato reso attuale attraverso il linguaggio di Axente, la figura sacra, però, non sembra essere soltanto il soggetto imposto dalla dedica del Palio, è una figura che appartiene alla memoria più profonda della pittrice, alla sua formazione e a quel rapporto con il sacro che accompagna la sua ricerca fin dall'infanzia.
L'Immagine emerge da uno sfondo di un cielo lugubre, un'oscurità ormai alle spalle della Madonna, un nuovo inizio che adesso restituisce luce a tutta la città, la Battaglia di Camollia, dedica del Cencio, rimane ancorata ai tanti simboli della pittura di Axente: una storia che ha restituito consapevolezza e dignità alla città di Siena, una forza interiore, una luce propria in contrapposizione ai colori più cupi che rimangono in secondo piano.
La scena è teatrale, dove non siamo spettatori, bensì attori protagonisti, invitati da tutti i soggetti rappresentati, che ci guidano con lo sguardo. Il contradaiolo, pur non apparendo, è parte intrinseca dell'opera, sotto l'immagine della Madonna, due cherubini sorreggono i simboli della città, come ormai ci ha abituato la pittrice, le figure mutano il loro essere: volti umani, forme che richiamano i volatili, ma con un piumaggio che disorienta lo spettatore, composto da pesci, anch'essi simbolo del cristianesimo, la volontà sembra essere quella di ricondurre la comunità a un unico simbolo, quello della Balzana, e insieme ricordare la forza di Siena che vive tutto l'anno.
Anche qui le figure emergono come fossero scolpite dall'oscurità. Sotto di loro una magnifica veduta della città pare inondata da una luce metafisica, quasi estranea al cielo tempestoso che la sovrasta, la volontà di stupire, come solo Siena è in grado di fare, la necessità di ricordare la bellezza nella sua essenza: una visione che vuole sottolineare la mai banale ricchezza culturale di una storia che si perde nei tempi.
La parte inferiore continua a spiazzarci, Piazza del Campo si affaccia dalla Porta Camollia, una distorsione della realtà voluta da Axente per dare un ulteriore richiamo alla Battaglia di Camollia del 1526, di cui ricorrono i cinquecento anni, nella Piazza, dieci figure solenni, anch'esse vestite con i colori della propria Contrada, sorreggono gli stemmi, figure umane, anatomicamente raccontate dai loro costumi, prendono forma; il semplice corpo diventa anima, armature metaforiche leggere, quasi grembi materni, tutte disposte a formare un cerchio, a cingere la Piazza e proteggerla.
Nonostante l'animosità della carriera, della corsa, la pittrice ci racconta molto nella sua celebrazione: la forza dei popoli, un continuo dialogo con la città, capace di unirsi e renderci partecipi, nei secoli, di questa meraviglia chiamata Palio, richiami ai maestri antichi, a quella tradizione senese che Axente non sembra voler citare semplicemente, ma far rivivere attraverso il proprio linguaggio, nella Madonna si avverte il dialogo con la grande pittura senese, mentre nella disposizione delle figure in Piazza del Campo riaffiora la memoria dei grandi cicli e dei polittici antichi.
L'opera merita sguardi approfonditi e letture che sconfinano dalla seta.
I simboli si vanno a intersecare nella storia, ma non ci sono fantini, cavalli, battaglie. Axente non racconta il Palio attraverso la corsa, ma attraverso ciò che esiste prima e oltre la corsa: la fede, la città, le Contrade, l'appartenenza, la memoria.
Il Cencio è pensato come uno sguardo sul futuro per chi si è soffermato nel passato, consapevoli di cosa sia la corsa dell'anima, assorti tutti nella propria intimità, esattamente come la Madonna in preghiera, come quella quiete dopo la tempesta, in grado di equilibrare il proprio spirito in un mondo mutevole. Il Palio è ancora in grado di fornirci un appiglio solido, per tutti quelli che avranno la sensibilità di coglierlo.
Nicola Nunziati