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Un ricordo di un grandissimo contradaiolo: Valdo Ferrini


Un ricordo di un grandissimo contradaiolo: Valdo Ferrini
06/08/2020

Ha ricoperto tantissime cariche nella Selva.

Fin dal primo "vagito" del nostro giornale abbiamo sempre ribadito che la memoria per noi è fondamentale. Ci sono stati tanti contradaioli che hanno dato molto alle rispettive Contrade: uno di questi è sicuramente Valdo Ferrini, che nella Selva ha ricoperto numerosi incarichi tra cui il Priore dal 1979 al 1982. A Valdo ci legano tantissimi ricordi a livello personale e familiare ed è per noi un onore e un privilegio ospitare il contributo della nipote Caterina Ferrini.

Il giorno che il direttore della Voce del Palio mi ha chiesto di scrivere un articolo ricordando Valdo mi è arrivata in modo del tutto casuale la foto dell’articolo che vedete. Il trafiletto mi è giunto da un altro direttore di giornale ed ex capitano vittorioso della Selva che conserva quell’articolo ripiegato nell’agenda. Potrà sembrarvi strano, non lo è. Valdo mi parla da sempre attraverso segnali, o meglio, mi illudo che lo faccia. Questa è la giustificazione che offro a me stessa per accettare di vivere in un universo che non lo contiene. Un universo che — ve lo dico sinceramente — mi fa illudere di avere ragione. Perdonerete questa debolezza, spero, e mi concederete l’attenuante dell’amore. Sono in genere segnali molto chiari e annunciano cambiamenti, notizie, vittorie. Possono essere articoli che lo ritraggono, suoi oggetti personali oppure sono stelle. La stella è il perfetto patto simbolico stretto tra me e Valdo perché lui della Stella era il priore, io dalla stella sono fondata. Il nome scelto per me dai miei genitori non si riferisce infatti a una Benincasa generica, ma a quella del Saetti. “Caterina” — per i miei e per i loro coetanei selvaioli — significa avere vent’anni e tutta la vita davanti, significa Panezio, significa Silvano ragazzino tra i ragazzini, significa la Selva più bella di sempre guidata da un grande Priore. E qui mi trovo costretta ad affidarmi ai ricordi di chi lo ha conosciuto da adulto perché, in quella notte di luna piena, io avevo otto anni. Ricordo perfettamente la telefonata del sabato mattina arrivata troppo presto, mamma seduta per terra e ripiegata su sé stessa come un portafoglio. Ricordo un vuoto nero e un senso di destabilizzazione che dalla mia famiglia si propagava a tutta la Contrada. Nessuno aveva avuto modo di salutarlo, non aveva dato avvisaglie. Tipico di lui che l’ultima cosa che si sognava di fare era disturbare. Non mi fu permesso di vedere la bara di cui parla Fabio nell’articolo, ero troppo piccola ed ero troppo connessa a lui, vederla — avranno pensato i miei — rischiava di strapparmi la serenità dell’infanzia. È stato comunque così, chiunque abbia perso una figura così importante così presto sa di cosa parlo. Dunque chi era Valdo Ferrini? Difficile fare meglio di Fabio Rugani in qualsiasi cosa nella vita, ma proviamoci lo stesso. È nato al vecchio numero 32 di Via Franciosa, nelle stesse scale di Roberto Marini che, dismessi i pantaloni corti, sarebbe poi diventato il capitano di quella Stella che li ha visti spalla a spalla e di Gino Terzani Scala. Figlio di fruttivendoli, cresce nelle strade del rione dove si trovava un rifugio per i bombardamenti grazie al quale conosce l’istriciaola con le trecce che molti anni dopo sarebbe diventata sua moglie, la Sor ‘Alda, alla quale di ritorno dalla Lizza mi faceva portare i gelsomini perché, ho scoperto molto dopo, erano nel suo bouquet nunziale. La Mattioli nel banco accanto a Fabio, poi il Bandini e la Banca Popolare, una parabola serena, forse meritata, certo classica di una città che si faceva ancora garante del futuro dei suoi figli. A proposito di figli: nel ’57 nasce Sandro e nel ’64 nasce Andrea, Valdo per loro è il padre proverbiale, il nord sulla bussola. Della Selva è stato contradaiolo, cancelliere, archivista, vicario, priore, in effetti uno dei primi priori che invece che dalla nobiltà provenivano dal popolo, sincero innamorato. Il suo è stato un mandato curiosamente tempestoso: ogni volta che si tenta di domare la mia uterina e geneticamente materna virulenza attraverso l’invito a seguire il suo serafico, equilibrato e meditabondo esempio, mi chiedo sempre se non mi si tenti di fregare. È durante il suo mandato che il Drago ha rotto l’alleanza con la Selva, è durante il suo mandato che è uscito “Il Palio è vita”, il numero unico che ha fatto imbestialire una parte della città. Per trovare un priore della pacifica Selva che abbia dovuto gestire una baraonda del genere non so neanche a quando si possa risalire. Posso solo immaginare cosa rappresentò per lui la gestione di quella emergenza. Ve l’ho detto che lo chiamavano “Angoscia”? Questo dettaglio dalle cronache solenni e dai racconti affettuosi dei suoi amici non emerge mai. La sua idea di Contrada, l’idea dentro la quale i suoi compagni che sono rimasti mi hanno cresciuta, era quella di famiglia. Nel numero unico del 1978 scriveva “Vip, pop, punk: sono vocaboli in voga in questi nostri anni. Mancanza di ideali, superfurbizia al limite della disonestà, negazione dei valori spirituali, opportunismo, disprezzo dei sentimenti. Questo il nostro modo di vivere, forse validamente moderno, certamente non felice. Eppure risuonavano nella mente altri vocaboli, altro modo di vita che sembravano avere significati misteriosi: serietà, riservatezza, correttezza, onestà, sentimento, famiglia, lavoro, forza di volontà. I più anziani non ricordavano, i più giovani non conoscevano”. Questa l’eredità di Valdo lasciata alla sua famiglia, questa l’eredità lasciata alla Selva che poi, alla fine, sono sempre state la stessa cosa. 


 

Caterina Ferrini



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